Ponte-Venezuela
Attacco al Venezuela
Attacco al Venezuela
Il Ponte -6 Gennaio 2026
Di fronte a un assurdo attacco a uno Stato sovrano qual è il Venezuela, un attacco che ci ricorda, pur in condizioni completamente diverse, il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq e in definitiva tutta una politica aggressiva degli Usa, abbiamo ritenuto importante aprire sulla nostra rivista uno spazio che permetta ai nostri collaboratori – che ringraziamo – di esprimersi al riguardo.
Interventi di Pier Giorgio Ardeni, Angelo d’Orsi, Domenico Gallo, Jeffrey D. Sachs, Enzo Scandurra, Francesco Sylos Labini, Alessandro Volpi
Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo - Pier Giorgio Ardeni
Abstract
Ardeni definisce l’attacco statunitense al Venezuela come un atto di puro gangsterismo imperiale: il rapimento del presidente Maduro e della moglie, giustificato da accuse di narcotraffico, è in realtà un’operazione volta al controllo delle risorse petrolifere del paese e al riaffermare la supremazia globale statunitense. L’autore segnala che si tratta di un’azione unilaterale, senza autorizzazione né dell’Onu né del Congresso Usa, che richiama i precedenti interventi in Iraq e Libia ma con una portata ancora più spudorata. Da qui emergono due domande cruciali: le ragioni di questa iniziativa e la risposta politica adeguata. Ardeni riafferma, con riferimenti a osservazioni di Volpi e a dati economici, che l’azione riflette il declino strutturale degli Stati Uniti — debito, deindustrializzazione, bolle finanziarie, disuguaglianze — e la scelta della guerra come strumento per riprendere controllo e risorse. In risposta, propone di rovesciare l’alleanza occidentale e rilanciare il multipolarismo pacifico: un fronte progressista, pacifista e anti‑imperialista che rifiuti la logica della forza e promuova la diplomazia, la neutralità e la cooperazione tra potenze, contrapponendosi al dominio oligarchico e al capitalismo delle élites che oggi prevale.
Il rapimento di Maduro: il diritto internazionale divenuto banditismo Angelo D'Orsi
Abstract
L’autore denuncia con forza l’azione statunitense contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro come un punto di svolta negativo nelle relazioni internazionali: non più diritto, ma banditismo di Stato. Richiamando ironicamente la frase di Tajani secondo cui il diritto internazionale conta fino a un certo punto, l’articolo sostiene che gli Stati Uniti – storicamente predatori e colonizzatori – hanno oggi esplicitato senza veli questa logica, compiendo un rapimento illegittimo in territorio straniero. L’episodio è interpretato come un messaggio rivolto non solo al proprio elettorato, ma a tutto il continente americano: governi non allineati vengono avvertiti che Washington può agire unilateralmente per controllare risorse strategiche, in primis petrolio, e imporre un nuovo ordine, potenzialmente tripolare. L’autore condanna anche l’ipocrisia occidentale: i valori liberali o democratici vengono rapidamente abbandonati quando entrano in gioco interessi materiali. L’articolo richiama infine all’urgenza di mobilitazione globale, del coinvolgimento dell’ONU e delle potenze non allineate per bloccare ulteriori derive imperialistiche e preservare la pace, ricordando il ruolo di Cina, Russia e altri nel richiedere la fine dell’aggressione.
Nota di contesto: la vicenda del rapimento è documentata anche da resoconti giornalistici che descrivono l’operazione militare e l’arresto di Maduro, confermando la portata dell’azione americana.
L’aggressione al Venezuela e il «mondo fondato sulle regole» Domenico Gallo
Abstract
L’articolo denuncia con toni severi l’aggressione statunitense al Venezuela e il modo in cui l’Unione europea e l’Italia hanno reagito. Gallo fa notare che, di fronte a bombardamenti, al rapimento del capo di Stato e alla dichiarata intenzione di mettere le mani sul petrolio venezuelano, le risposte dei vertici UE sono state flebili, mentre il governo italiano ha espresso un sostegno imbarazzato. Questo comportamento smaschera, secondo l’autore, l’ipocrisia di un ordine internazionale fondato sulle regole: il mantra del mondo regolato dal diritto è stato usato finora per giustificare interventi contro la Russia, ma svanisce quando l’aggressore è un paese occidentale alleato.
Gallo sostiene che il doppio standard non sia un incidente, bensì il cuore della politica che ha guidato il sostegno all’Ucraina; esso nega l’universalità delle norme internazionali, trasformandole in strumenti a seconda degli interessi di potere. L’articolo contesta quindi la legittimità morale e giuridica delle azioni occidentali, denunciando il ricorso alla legge del più forte e l’abbandono dei principi che dovrebbero guidare la convivenza tra Stati.
In sintesi, l’autore chiama in causa il fallimento del paradigma occidentale basato sulle regole, evidenziando come la stessa UE si sia piegata a un’aggressione che, in altri contesti, avrebbe condannato senza esitazioni. Una posizione che, ai suoi occhi, conferma la prevalenza della forza e del potere sulle norme condivise. (articolo21.org)
Intervento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul Venezuela, 5 gennaio 2026 Jeffrey D. Sachs
Abstract
Jeffrey D. Sachs contesta l’uso della forza degli Stati Uniti contro il Venezuela come violazione diretta dell’articolo 2(4) della Carta ONU, che vieta minacce o uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato. Il nodo centrale, spiega, non è il merito del governo venezuelano ma la legittimità di un membro che pretende di determinare il destino politico di un altro Stato con coercizione o guerra. Rievocando una lunga storia di tentativi di cambio di regime da parte degli USA dal dopoguerra a oggi, Sachs denuncia pratiche illegali che includono sanzioni, azioni coperte, supporto a gruppi armati e manipolazioni politiche, producendo instabilità e sofferenze civili. Cita la sequenza recente di attacchi e minacce statunitensi non autorizzati dal Consiglio, sottolineando il rischio che il Consiglio rinunci alla propria funzione di salvaguardia del diritto internazionale. Invita l’organo a riaffermare l’obbligo di rispetto della Carta e propone misure immediate per cessare ogni coercizione USA, revocare blocchi e forze militari, ritirare assetti e nominare un inviato speciale per negoziati. Conclude che la sopravvivenza umana dipende dal mantenimento effettivo del diritto internazionale, non dalla sua erosione. (eng.belta.by)
avanti il prossimo… Enzo Scandurra
Abstract
L’autore descrive l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela come un atto di pirateria e di gangsterismo geopolitico, motivato non da principi morali ma da interessi di business e di potere. Trump, secondo Scandurra, rivendica apertamente l’accesso alle risorse venezuelane e l’ingresso delle compagnie americane, mentre l’Europa resta silenziosa o impotente, bloccata da un formalismo sui diritti e dai trattati multilateralisti che gli Stati Uniti ignorano. Il testo denuncia un ritorno alla legge del più forte, con un uso brutale della forza che ricalca vecchie dottrine imperiali, e mette in guardia contro la deriva verso un mondo governato da oligarchie sovranazionali e dalle élite della tecnologia. L’autore vede la crisi come un segno della fine del multilateralismo e del diritto internazionale, e invita a una mobilitazione generale in favore di un’alternativa radicale, richiamando l’idea di un multipolarismo pacifico e di un capitalismo temperato, come proposto da iniziative quali la Costituente Terra.
Imperialismo e diritto internazionale. Le differenze tra la guerra in Ucraina, la questione di Taiwan e l’intervento in Venezuela Francesco Sylos Labini
Abstract
Sylos Labini sostiene che non si può ridurre a un unico impulso imperialista le azioni dei leader delle tre grandi potenze contemporanee, e che mescolare indistintamente i casi di Ucraina, Taiwan e Venezuela è fuorviante.
Ucraina: la guerra è vista come questione di sicurezza russa, non di conquista imperiale. Mosca reagirebbe all’espansione della NATO e a uno scenario strategico che minaccerebbe la sua sicurezza, in un contesto storico in cui gli Stati Uniti hanno contrastato l’intreccio economico e geopolitico tra Russia e Germania. Le argomentazioni russe richiamano anche il principio della responsabilità di proteggere, ma senza mandato ONU, rendendo l’intervento illegale secondo il diritto internazionale.
Taiwan: non è un progetto espansionista cinese ma una questione interna alla Repubblica Popolare Cinese, fondata sulla politica della One China e sui precedenti diplomatici e multilaterali che relegano l’isola a status particolare. La fornitura di armi statunitensi e le tensioni con Pechino rientrano in un delicato equilibrio, non in un’operazione di conquista.
Venezuela: rappresenta un nuovo episodio di ingerenza occidentale priva di mandato ONU, motivata dall’interesse strategico per le enormi riserve petrolifere e dalla volontà di mantenere l’egemonia occidentale.
Nel complesso, l’autore denuncia l’incapacità dell’Occidente di comprendere la transizione verso un ordine multipolare; il persistente cinismo e la retorica bellicista indicano un declino dell’egemonia occidentale. Sylos Labini conclude che occorre un nuovo approccio fondato sul rispetto del diritto, della sovranità statale e sulla costruzione di un ordine mondiale realmente multipolare.
La guerra per fermare un declino inesorabile Alessandro Volpi
L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta ad esplodere per i dazi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare.
La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse. In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. In questo senso, le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla legittimità dell’attacco militare di Trump al Venezuela sono gravi per almeno tre ragioni. La prima: segnano la totale e assoluta subordinazione della destra e dei liberal italiani alla volontà unilaterale da parte degli Usa di risolvere militarmente ogni questione che ha a che fare con i loro interessi economici, senza alcuna necessità di consultazione con le organizzazioni internazionali, né tanto meno con i presunti alleati.
La seconda: un simile servilismo si nutre della speranza di ricevere un trattamento di favore da parte di Trump, senza cogliere il senso della gravità della crisi americana e quindi accettando fino in fondo il ruolo di servo sciocco solerte a fornire risparmi e capitali, a pagare dazi e armi e a non tassare i servizi americani. Trump naturalmente disprezza e usa questa Europa nella certezza che il vecchio continente accetti tutto, persino le guerra. Con tale posizione, Meloni si mette definitivamente fuori da qualsiasi ipotesi multipolare.
La terza: la dichiarazione di Meloni giustifica la guerra Usa perché difensiva contro la guerra ibrida di Maduro contro gli Stati Uniti. Ora, una tale dichiarazione apre le porte a una guerra continua; qualsiasi potenza militare voglia impossessarsi di un territorio può farlo, accusandolo di propaganda, di narcotraffico o di quant’altro. Siamo davvero arrivati al punto finale: il governo italiano sta con i governi terroristi, dagli Usa a Israele.
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